Regio
VII
Lupanare
Il
Lupanare (il cui nome deriva da “lupa”,
che in latino vuol dire prostituta) di Pompei è un piccolo edificio
a due piani: presenta cinque
piccoli ambienti al piano terra, in pratica cinque celle con letti
in pietra e piccole finestre, in cui avvenivano gli incontri,
cinque ambienti un po’ più
spaziosi al piano superiore, collegati da un balcone pensile, e
due latrine, una per piano.
All’esterno, due porte in legno proteggevano da sguardi indiscreti.
Le pareti del
piano inferiore sono ornate da una alcuni
affreschi, raffiguranti
diverse posizioni erotiche (le diverse “prestazioni” che si potevano
chiedere, ognuna col suo prezzo), e da una serie di
graffiti: tra questi ultimi,
circa duecento, sono stati identificati ottanta nomi di prostitute e
di clienti. Le camere del
piano superiore non presentano né affreschi erotici né graffiti;
forse la destinazione d’uso era differente.

Si tratta
dell’unico Lupanare di
Pompei, sebbene occorre tenere presente che sono stati finora
recuperati soltanto due terzi dell’antica città. Questo non vuol
dire che fosse l’unico luogo in cui si esercitava il
commercio sessuale. Era però
l’unico luogo in cui si praticava la
prostituzione come viene definita dal diritto romano: in
maniera “notoria e indiscriminata”,
cioè senza possibilità di scegliersi i clienti. Nella stessa
Pompei erano infatti in uso
altre forme di quella che oggi viene definita prostituzione, ma che
secondo il diritto romano non lo era: per il personale, maschile e
femminile, delle terme e
delle osterie era pratica
comune avere commercio sessuale con i clienti. Ma per la legge
questa non era prostituzione, in quanto non era, insieme, “notoria
e indiscriminata”.
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